Barbara Duran

White

White Duran Project | Mostra | Roma 2021
Testi di Barbara Duran

 

Il bianco assorbe il lutto e lo rigenera in un unico grido.

Il progetto WHITE nacque una sera d’inverno, nel mio studio in campagna, ormai quasi cinque anni fa. La prima opera realizzata fu La grande mére, colei che dà la vita a ogni creatura, simbolo della forza e della fertilità, nel senso più ampio e profondo. L’archetipo ancestrale per eccellenza e anche la figura tra le più rappresentate nella storia dell’essere umano e dell’arte.
Poi le altre cinque, grandi tele tutte: un lavoro tecnicamente faticoso perché in relazione all’iconografia moderna, necessario a sospendere più momenti storici in un unico tempo, circolare e continuo. Costante linguaggio del primo ciclo White. Gli accadimenti, le storie, le tragedie, i crimini, le possibilità di riscatto, l’attualità nella natura umana che si ripete pur seguendo percorsi ondivaghi e mutanti, in tempi diversi e lontani che hanno la loro incidenza sulle possibilità che ogni individuo ha di evolvere, seppur meno di quello che possiamo immaginare a un primo sguardo. Infatti è proprio questo il filo conduttore: proviamo a capovolgere il tempo, a manipolare l’iconografia che ne rappresenta il percorso in linea retta e sovrapponiamo le entità non più secondo un tempo storico quanto invece seguendo una atemporalità che mette tutti sullo stesso piano e fa perdere qualsiasi riferimento, se non la storia stessa di quell’individuo, per ciò che è e per ciò che ha vissuto, unicamente. Una moltitudine di eventi, di storie, di racconti intimi, collettivi, politici, biografici, che esprimono semplicemente nella purezza assoluta un mondo unico, circolare, che non fa altro che ripetere le stesse storie, gli stessi errori, gli stessi orrori, le stesse rivincite, la stessa possibilità di redenzione (in senso laico), la VITA, la stessa, pur nella UNICITÀ di ciascun individuo.
Per questo è stato anche un lavoro emotivamente impegnativo.

Il tempo dell’arte è per sua natura il tempo della rivoluzione. L’opera interrompe il tempo cronologico e pone una improvvisa alterità al senso, come un’accensione nel quotidiano, e stabilisce una lettura diacronica del tempo: il tempo circolare senza tempo dove affiorano e si rinnovano iconografie e storie in modo non anacronistico, perché è la ragione non progressiva della storia a imporsi subitanea. A manifestarsi nuovamente. In tale senso il lavoro dell’artista decostituisce la struttura del tempo instante e crea una dinamica, una sincope nel ritmo/vita del conosciuto e del prevedibile. Un colpo al cuore che obbliga a ripensare il tempo come contrazione e immobilità, quasi fosse la ritrazione del divino che permette la creazione del mondo.

White (p. 21-35) è legato ad una idea di sacralità laica, che si riferisce fortemente nel suo divenire formale all’iconografia antica e moderna, espressa attraverso immagini che ripetono nel tempo le medesime storie e gli stessi sguardi che lasciano il segno nell’epidermide del mondo.
Accanto alla memoria, forte è anche il sentimento del dolore, che nasce da una riflessione sulle violenze e sulle sopraffazioni proprie dei regimi autoritari, proprie delle guerre, in cui viene cancellata ogni forma di dignità umana. In questo contesto la figura femminile si riconfigura nel suo ruolo salvifico, quale artefice delle salvezza collettiva, colei che accoglie e genera, che difende e protegge se stessa e l’altro. Sempre, anche quando questo significa soccombere a chi più forte, è cieco.

Le sei grandi tele sono dunque risultato di una strettissima relazione di spazio – tempo tra l’immagine classica, rinascimentale, barocca e quella moderna e contemporanea in un èclat, un’esplosione che produce luce, così forte da fare di ogni colore bianco. Un rumore bianco, rumore sordo che esprime il dolore, lì dove non abbiamo più spazio tra visibile e invisibile.
La figura femminile: la grande madre/matrigna, Eva/Lilith, e poi la Deposizione: l’immagine cristologica che raccoglie troppe e drammatiche deposizioni contemporanee, così Artemide/Artemisia nell’incontro tra coloro che in differenti momenti del tempo storico, hanno subito una violenza e difendono la propria dignità con forza, lo spirito indomito attribuito alle donne che hanno in sé l’archetipo Artemide.
Il sonno della ragione genera mostri, opera su più piani di lettura ove il lamento dell’Angelo intuisce il tempo come spazio quale teatro della distruzione, quello della catastrofe di cui alle- gorizza le rovine ed offre la possibilità di redenzione al risveglio della coscienza. L’angelo/Pasolini, a cui è dedicata l’opera, si mani- festa e domina, osservando la catastrofe dal luogo del suo stare, che è nel mezzo, nell’in- stare tra gli uomini e il divino, per poi esserne annientato.
White/Antigone racchiude in sé i concetti portanti di tutto il percorso del progetto e risplende del bianco assordante e drammatico in cui si percepisce attraverso lo spazio/tempo in cui convivono nell’opera molteplici iconografie una pietas volta a garantire il rispetto dell’altro anche dopo la morte. Antigone è autentico agente politico in quanto capace di riconoscere nel legame con l’altro non solo la propria identità familiare, ma anche il proprio senso di appartenenza a una comunità il cui benessere – come insegna Aristotele – si fonda sull’amicizia e sull’amore che include in sé la giustizia.
Astratto con ricordi (Angelus Novus) ha un legame stretto con la prima opera di questo ciclo: La Grande Mére, colei che genera e protegge e la fragilità dell’infanzia che vive il trauma della perdita, innaturale e violenta. Sguardi che in questo tempo contemporaneo (ove tutto si ripete, senza tregua dal passato, da cui nulla s’impara) lasciano attoniti. Lo sguardo di una bambina che cerca ciò che ha perduto, appare un solo istante, improvviso e brevissimo – un lampo – che irrompe nella quotidianità apparentemente normale. Solo il ricordo o la consapevolezza del proprio giardino delle meraviglie permetterà di sostenere il vuoto che mai potrà essere colmato.

Le cento Icone/mondo (pag. 46-57) che in maniera autonoma si relazionano alle 6 grandi tele innervate dall’iconografia moderna, piccole tavole portatili (come le icone da bisaccia che il viandante aveva con sé nel cammino iniziatico, tali alle immagini memoria dei propri cari, della propria terra che l’emigrante tiene con sé, o chi è in fuga dalle guerre conserva per preservare la propria identità, da dove viene, la sua origine), frammenti della storia del mondo, dove la gioia, il dolore e la vita si impongono sempre su guerra, odio, violenza e sopraffazione.
I volti e le faces introducono alle opere di maggior dimensione e rivelano una delle chiavi per la comprensione del presente. Per questo ad immagini che derivano da iconografie che appartengono alla storia dell’arte e alla nostra cultura visiva si uniscono immagini che del presente segnano l’esperienza, in qualità di strumento di sensorialità multipla del contemporaneo ed in tal modo divengono segni del tempo nel tempo imploso, del presente: quello che ci sembrava appartenere al tempo remoto, perché non avevamo più la capacità di riconoscerne la vitalità che si riconfigura come pienamente attuale.

Avviene una rottura diacronica del tempo, che si contrappone all’acedia del nostro vedere di donne ed uomini del XXI secolo che, quanto quello che ci poteva sembrare come definito e circoscritto nei manuali di storia dell’arte, ci appaia invero affine e simile.
Ma l’operazione concettuale non ha la freddezza della ricerca fatta con il bisturi nella storia e nella tragedia della storia. Ogni volto, come icona dello splendore di un unico sguardo, ci parla e ci interroga chiedendoci di aprire il cuore ad una pietas assolutamente laica e civile.
Non c’è trascendenza negli sguardi delle Madonne di Piero della Francesca, ma innocenza e malizia; il Cristo deposto si rivolge ai nostri occhi ogni giorno.
Perché, se al voler imparare a vedere uniamo un affetto empatico, scopriamo possibile il ricomporre una qualità della relazione con l’opera d’arte che manifestamente la valenza di merce ha oscurato. Non si tratta qui di restituire aura all’opera o funzione sciamanica all’artista, il senso politico di questo progetto non è quello di aggiungere immagine-senso al contemporaneo, che di immagine è colmo fino alla perdita del senso e della forza iconica, quindi non fare più rumore per avere una effimera visibilità. Al contrario White è un lavoro di sottrazione nelle sovrapposizioni sensoriali e strutturali che annebbiano l’immagine oggi, la porta che attraverso il rumore bianco del dolore, possa aprire la percezione all’empatia.
White vuole far comprendere che la gioia e il dolore che si scontrano nell’esistenza dell’umanità possano ricondursi in essenza ad una assenza della percezione empatica dell’altro, che è altro da noi solo se volutamente ignoriamo che il nostro essere è solo nella relazione ad un altro da sé, nel presente del tempo, nella comprensione della differenza che è necessario opporre alla barbarie: icone contempo ranee del mondo.

In Appearing through invisible, (p.39-44) un polittico di sei carte realizzato a punta d’argento la figura diafana, bianca, ectoplasma- tica di una donna che danza riporta ad un nuovo modo di percepire la realtà, dove l’immagine in movimento – salvifico e leggero – senza peso, è parte dell’aria che attraversa per esorcizzare le contrad- dizioni che segnano la terra, lasciandone tracce.
Danza e appare, scompare, tracciando segni, come epifania: un archetipo Artemide che mette in discussione l’ordine conosciuto.

Il video White, girato sull’isola – e qui è cominciata ad apparire in tutta la sua capacità evocativa– è ispirato ai bellissimi fotogrammi di Emma Goldman e si collega fortemente al cortometraggio La Danza realizzato in occasione del progetto Arianna/Aracne in cui l’impianto compositivo e iconografico dell’immagine volgeva a sottendere uno spazio frammentato, una linea spezzata, tagliata ed evanescente nel lacerarsi in un binomio del mito femminile: l’una abbandonata, l’altra trasformata.
Entrambe salvifiche, come la figura danzante nei due video, prima una figura di bambina che protegge e attraverso un moto infantile restituisce dignità e forza, poi una donna adulta che danza e appare,c ome epifania, anc h’essa salvific a (e dolente) c he a- spetta, difende, ricorda e protegge come le divinità arcaiche, una Artemide dei nostri giorni davanti ad un Mediterraneo bellissimo e ostile, antico e contemporaneo. Una danza dedicata. Con il corpo le donne vivono molto vicino alla natura Vita/Morte/Vita, quando si trovano nel giusto animo istintuale le idee e gli impulsi ad amare, creare, credere e desiderare nascono ed hanno il loro spazio, per poi dissolversi, morire e rinascere ancora in una danza del corpo e dell’anima. (C.P.Estés, Donne che corrono con i lupi , Frassinelli e d. 2002 ).

Alcuni dicono che sulla terra nera la cosa più bella sia un esercito di cavalieri, altri di fanti, altri di navi, io invece ciò di cui uno è innamorato […] vorrei contemplare il seducente passo e il luminoso scintillio del volto ben più che i carri dei Lidi e i fanti che combattono in armi. (Saffo, Poesie, BUR, 1987/2004).

Quando Ignazio Venafro mi propose di realizzare un allestimento dedicato ed esporre SERVAE. Icone liquide, alloggiate sul Tirreno, nel Castello di Santa Severa che lo guarda, le mie opere sono apparse (nel vero senso della parola) e le Icone realizzate in un solo giorno ciascuna, in una lunga stele di carta di riso, supporto fragile e robusto allo stesso tempo. Un pantheon di divinità femminili – una sorellanza citando Maria Zambrano – che segnarono con le loro invocazioni l’area di Pyrgi, figure ctonie, culti sincretici: Artemide, Afrodite, Ilizia, Eos, Astarte, Persefone, Core, Demetra e prima fra tutte Leucotea: la dea marina bianca invocata dai marinai e dai naufraghi – la dea che scorre sulla spuma del mare – culto celebrato anticamente proprio nei luoghi dove si eresse successivamente il Castello di Santa Severa. Nella consuetudine delle diverse leggende il contatto del corpo mortale con il mare trasforma la protagonista in una Dea, e così una versione vuole per Ino poi tramutata in Leucotea per volere degli Dei. Rimasi molto colpita dell’affinità d’immagine e d’intenti tra Leucotea e la figura femminile bianca che appare nel mio video White, realizzato due anni prima: entrambe danzano sulla spuma del mare in un tempo antico e contemporaneo, circolare e diacronico: entrambe sono figure salvifiche. Nell’Odissea Omero scrive che Leucotea emerse dal mare e donò un velo ad Odisseo, quasi naufrago ed in balia dei venti. (Omero, Odissea V, 333)
Antigone è parte del pantheon femminile e l’archetipo in gioco è
sempre quello della donna dislocata, straniera o folle, perché estranea alla retorica e alla logica binaria del conflitto. Chiama in causa la philia come ciò che qualifica più di ogni altra cosa l’identità femminile. Io sono fatta per condividere l’amore (sunphileo), non l’odio.

Rendre justice à l’être different de soi, c’est se mettre a sa place. Car on admet son existence comme personne, non comme chose. (S. Weil, Chantier de Marseille, Hiver 1941-1942).

Antigone è amica, figlia, sorella, cittadina, che vede l’altro come un essere dotato di un bene separato, non soltanto come un’estensione o un possesso e che desidera il bene dell’altro in riferimento a questo bene separato.

 

 

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IS Land

L’Isola è terra.

Fu solo in un momento successivo che l’uomo, scoprendo la propria morte, aveva indovinato l’immortalità delle montagne, del cielo, delle acque e cominciando a temere la potenza che le aveva create, aveva immaginato di conciliarsene il favore. (J. Clair, Breve trattato delle sensazioni, Ed.Diabasis, Parma, 2008).
Le montagne e le forze della natura divennero divinità – perlopiù femminili – culti antichi da officiare. Il culto contemporaneo del dio denaro ha reso ciechi e sordi, producendo il crimine odierno di cui le conseguenze drammatiche cominciano a farsi sentire e da tempo, inascoltate.

Le tracce sulla sabbia /di passi sedimentati. Cristalli del tempo. Tempo / sovrapposto / catapultato / misura del sentiero / costante e indomito / a cercar nuova luce /vita. Un filo infinito / traccia / del mondo / il vento ne cela i contorni / e la pioggia cancella/ ogni volta/ ogni traccia / è un nuovo cammino / come fosse il primo.

IS land (pag. 85-168) ebbe inizio sull’isola di Naxos, nelle Cicladi, un progetto illuminato dalla luce abbacinante della Grecia e dal blu dal mar Egeo, culla di molti tempi circolari, di luoghi ancora parte del mito, nonostante tutto. Luogo ove convivono anche drammatiche contraddizioni contemporanee. Opera prima è stata un inizio importante come gli acquarelli su carta di riso, poi il resto delle numerose opere inedite che ossessivamente riproducono l’isola, un tempio simbolico che permette un’ascesa verso il cielo per lasciare il mondo umano ed entrare in quello sacro. Un mondo che potrà permettere di ritrovare se stessi e anche l’altro, ma solo dopo aver lasciato ogni cosa. IS land è stato, forse, il ciclo di opere più fluido e leggero, più naturale, punto di approdo del complesso progetto White, una possibilità dalle molteplici forme e dai molteplici colori.
La montagna nell’arte e nella religione è considerata un simbolo. La parola simbolo deriva dal greco σύμβολον (da sumballo, mettere insieme). La montagna infatti unisce il cielo e la terra e mette in relazione due realtà, quella umana e quella divina.
Le prime divinità furono gli elementi naturali: il sole, l’acqua, la
terra, l’aria, il fuoco. La forza della natura, tanto potente nell’isola, è stata la fonte primaria che mi ha permesso di avere i giusti strumenti per iniziare questo nuovo ciclo, durato circa tre anni. Un ciclo nel quale ogni apparizione è ricordo e memoria intima, seppur anch’essa ha seguito un ritmo ed un tempo sovrapposto e circolare, ondivago, ove hanno dialogato maestri a me cari senza che io mi accorgessi della loro presenza – ma solo dopo aver finito e lasciato l’opera – risultato di visioni collettive e uniche scintille interiori. Un’alchimia che prevede e genera una possibilità per mezzo del libero arbitrio, una variabile, appunto una scintilla in grado di rompere un circuito chiuso e attraversare uno spazio alla ricerca del paradiso perduto.

[…] Qualcosa di bianco / luce venuta veloce dal mare / va via /
com’era venuta / rapida.

J. Risset, da Il tempo dell’istante, Poesie scelte 1985 -2010, Einaudi, 2011